5 maggio 2017

Come smettere di essere pagati a parola ma nei nostri termini

Da tempo sui Social come Facebook e Twitter, i traduttori si stanno schierando contro un meccanismo che li spinge ad accettare lavori sottopagati: il pagamento per numero di parole.

Il mercato è pieno di balordi, ma anche noi siamo bravi a rovinare il mercato accontentandoci di essere sottopagati, perché non siamo abili nella negoziazione con il cliente e lasciamo quasi sempre vincere lui, come si diceva oggi alla BP Conference.

Questo è un meccanismo da smantellare. Mortifica il nostro lavoro e riduce il potenziale del traduttore. Ragioniamo in termini di tempo. Per tradurre 300 parole, abbiamo bisogno di 30 minuti. Queste 300 parole possono essere tradotte in 30 minuti, ma anche in un’ora. Dipende dall’argomento. In alcuni casi c’è bisogno di approfondire, seguire blog del settore, leggere articoli, consultare riferimenti vari, chiedere consigli a esperti.

Il punto è che questo: il cliente lo deve sapere, fa parte della nostra professionalità. 300 parole nate dopo una fase di studio durata 2 giorni, non hanno lo stesso valore di 300 parole tradotte 30 minuti. No. Quelle parole valgono quelle ore di approfondimento.

E quelle ore di apprendimento si ammortizzano perché utilizzeremo quella ricerca terminologica (che convergerà nei glossari) per altre traduzioni dello stesso argomento, e in quel caso saremo più veloci, perché avremo acquisito esperienza e competenza in quell'ambito.

E allora, iniziamo a educare i clienti e le agenzie, rendiamo consapevole il cliente delle difficoltà intrinseche nella traduzione del testo, del rischio (anche economico) di una traduzione sbagliata e di una scelta di termini non corretta (alla BP conference si faceva riferimento anche alla possibiltà di redigere un contratto con il cliente). 

Iniziamo a liberarci della tariffa a parola iniziando a puntare su di noi, sul valore e sulla qualità della nostra traduzione, sul nostro tempo, sul processo decisionale dietro alla scelta del termine giusto, in poche parole, sulla qualità del nostro lavoro. Noi non lavoriamo semplicemente con le parole, noi gestiamo un patrimonio immateriale: la conoscenza.